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Cucinare in tempo di crisi

Sopravvivere in tempo di crisi, sembra sia difficilissimo se non impossibile.
Inizieremo a dare delle ricette di cucina per quattro persone spendendo soli 5 euro al giorno.Ovviamente, per risparmiare useremo prodotto a km 0 e frutta e ortaggi di stagione.
Innanzitutto, propongo a chi ha la fortuna di avere un balcone o meglio ancora un terrazzo, di farsi un piccolo orto.Lavorare la terra rilassa e coltivare e raccogliere i frutti del proprio lavoro, da’ una soddisfazione immensa.
Possiamo iniziare piantando erbe aromatiche da cucina: prezzemolo, mentuccia,basilico, rosmarino, erba cipollina etc, per poi avventurarci in coltivazione, non dico piu’ difficili, ma che meritano da parte nostra qualche attenzione in piu’.
Ci possiamo cosi’ cimentare nella coltivazione dei pomodori, insalate, fagiolini,zucchini,melenzane etc.
Se abbiamo ripeto, la fortuna di avere un grande terrazzo, non possiamo non coltivare frutta(possiamo avere alberi nani, o per alcune varieta’: limoni, ciliegie, fragole, conservarli nelle domensioni quasi originali….

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Gli ultimi figli di Atlantide

 Prefazione di A. Tiberio Dobrynia al libro “Gli Eredi di Gengis Khan” di Aldo Colleoni

Gli eredi di Gengis Khan“Gengis Khan, figlio della severa Mongolia, salì sulla cima del Karasu Togol e guardò a Occidente, dove vide mari di sangue sui quali incombeva una nebbia rossa; poi guardò a Oriente, dove vide ricche città, templi luminosi, moltitudini felici, giardini e campi fiorenti. Egli disse ai suoi figli: a Occidente sarò ferro e fuoco distruttore, a Oriente sarò benefattore, edificatore, portatore di felicità alle genti e alla terra. Così la leggenda. E secondo me contiene molte verità” (Ossendowski).

   Una lontana terra d’oriente abitata da nomadi ed abili guerrieri cha a cavallo conquistarono il mondo sino alle porte dell’occidente, così raccontava Marco Polo ne “Il Milione” visitando la corte dell’Orda d’Oro.

   Nelle steppe della Manciuria e della Mongolia, dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico, le tribù nomadi asiatiche, il cosiddetto “popolo dei cinque animali”, sotto l’illuminante guida di sovrani come Gengis Khan e suo nipote Qubilai Khan diedero vita, già nel XIII secolo, ad un esteso impero quasi senza più orizzonti.

   “Popolo dei cinque animali” (il cavallo, il cammello, lo yak, la pecora e la capra): così si definivano i mongoli in una lettera di presentazione dipinta su pelle animale che i primi emissari portavano addosso, a mo’ di prime credenziali diplomatiche, unitamente  ad un disco di metallo inciso che decorava il collo.

   Un popolo guerriero eppur pacifico; insediato nei frutti della terra eppur nell’azzurro cielo; indomito, come il destriero che venerava; mistico, come nella religione dei propri padri. Un popolo scaturito dal mistero, all’improvviso, dal vento del deserto che tra cielo e terra cessa di respirare, e tutto si arresta, il lupo, la pecora, e le stelle, in un momento di sgomento in cui il fato in nuova luce al mondo si manifesta.

   Da qui principia la “potenza” dei primi “Khan”: titolo ereditario dei principi mongoli, la cui radice in diverse lingue (secondo Guénon) significa appunto “potenza”, assimilabile dunque ad un rex spirituale. Un capo universale, potrebbe dirsi, che (come scrive l’Aroux) “nato all’estremo opposto dell’Eurasia, era storicamente riuscito ad unirla quasi tutta in un unico gigantesco dominio, facendosi contemporaneamente riconoscere quale somma autorità spirituale dai vertici taoisti, buddhisti, islamici ed anche cristiani-nestoriani”.

   Principes suorum tribuum deos vocantes: monarchi come dèi (per dirla con Yvon di Narbona). E come non pensare al “Veltro” di Dante? L’aristocratico ed enigmatico “cane da caccia” nemico della lupa romana; una sorta del latino “dux” quale incarnazione della figura archetipica del monarca universale della tradizione ghibellina, a cui forse l’Alighieri alludeva tessendo le lodi dello Scaligero Cangrande. E, guarda caso, come il Veltro s’innalzava da feltro a feltro, così pure l’imperatore dei Tartari prescelto fu innalzato su uno scudo ricoperto con un pezzo di panno: su un povero feltro fu levato e chiamato Khan (Cane, sinonimo del Veltro).

   “… Io vengo dal Barbaro Nord. Indosso le stesse vesti e mangio lo stesso cibo dei pastori di vacche e dei mandriani di cavalli. Facciamo gli stessi sacrifici e ci dividiamo le ricchezze. Guardo alla Nazione come a un nuovo figlio appena nato e mi curo dei miei soldati come se fossero i miei fratelli …”. Questo era Gengis Khan, il grande condottiero di un impero di 26 milioni di km quadrati. Nato tra le selvagge montagne “il giorno chiaro del primo mese dell’estate dell’anno del cavallo d’acqua del terzo ciclo”.

   Non sapeva leggere né scrivere, ma governò circondandosi di uomini dotti e saggi. Con inchiostro azzurro, come il cielo, fece pubblicare il codice delle leggi (Yasak), a ricordare le origini divine degli editti, e impose l’istruzione all’impero. Per taluni feroce coi nemici, ma per altri giusto e saggio, benefattore del suo popolo, grande stratega, audace e sognatore, capace di una grande visione: l’unità e la stabilità del continente asiatico, lo sviluppo dei commerci tra oriente ed occidente, la tolleranza verso le religioni, la promozione dell’arte e della cultura, ispirandosi alle grandi civiltà del passato. La pax mongolica! Una relativa tranquillità, similmente alla pax romana, per cui si coniò il detto “una vergine con un piatto d’oro poteva girare indisturbata da un angolo all’altro dell’impero”.

   Ma come si giunse in concreto alla formazione di un impero mongolo unitario? Quali erano gli effettivi rapporti diplomatici tra oriente ed occidente? E quale il ruolo della religione cristiana  nella struttura interna? A queste e a tante altre domande sull’affascinante popolo della steppa esaustivamente risponde l’insigne studioso di mongolistica, prof. Aldo Colleoni nel suo nuovo saggio “Gli eredi di Gengis Khan”, un’opera poderosa per ricchezza di temi trattati, spigolando tra le più accreditate fonti storiche e letterarie, con dovizia di particolari anche inediti che di nuova luce e comprensione tratteggiano uno degli argomenti più controversi della storia di tutti i tempi; impreziosito da una ragionata iconografia che nell’assieme si offre al lettore come ineguagliabile strumento di studio e continua ricerca.

   Dalle vere origini della razza di gruppo sanguigno B, ai contributi scientifici sulla disseminazione del cromosoma Y, all’influenza geopolitica dell’Impero dei Mongoli nel mondo, ai due nobili e sovrani lignaggi (il ramo dinastico di Viktor Timur Khan II Ibn Buzar, e quello del Principe Perev Davaanyam) che perpetuano sino ai giorni nostri la sacra discendenza dal Khan dei Khan, il Grande Temujin.

   Così il Colleoni ci disegna una “geografia nobiliare” spesso dai più trascurata e contrapposta al decadimento accelerato degli stati moderni che hanno quasi del tutto spezzato il contatto con le proprie origini, con la luce spirituale dei primi monarchi, con la saggezza di governo della propria iniziale civiltà: un antico splendore i cui passati bagliori se pur eclissati nel presente, nel futuro con nuovo vigore ritroveranno rinascenza.

   “Tra la gente della steppa che ho piegato alla mia autorità – disse Gengis Khan – i furti e la fornicazione erano luogo comune. Il figlio non obbediva al padre, il giovane non rispettava il vecchio, il marito non si fidava della moglie, la moglie ignorava il marito, i ricchi non aiutavano i poveri, quindi la disobbedienza e l’egoismo regnavano ovunque. Ho messo fine a tutto ciò, portando legge ed ordine tra loro”  (da Rashid-a-Din, storico persiano).

   L’avvento del feudalesimo sul sistema tribale, lo sviluppo di forze produttive della società, lo sviluppo della cultura, sino all’autentica formazione della Nazione Mongola.

   Una civiltà in movimento, una civiltà “frattale” potremmo definirla: che nello spazio geometricamente si ripete nella sua struttura allo stesso modo su scale diverse.

   Un popolo che ritroveremo alla sorgente della razza dei Pellerossa d’America, dei Toltechi dei Maya. Sorto dal nulla o dall’impossibile: ma più probabilmente da quella misteriosa “scacchiera sotterranea” degli ultimi figli di Atlandide.

   Il “Celeste Ritorno” !

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[ Opera di prossima pubblicazione per i tipi de La Gaia Scienza Editrice ]

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“Dieci Sciamani”: un nuovo libro di Aldo Colleoni

Collana di Mongolistica

Nella nostra nuova Collana di Mongolistica è appena uscito “Dieci Sciamani” (La Gaia Scienza Editrice), un nuovo libro del prof. Aldo Colleoni, già Console di Mongolia in Italia, uno dei maggiori esperti delle tradizioni storiche e culturali del popolo mongolo, membro emerito dell’Accademia delle Scienze della Mongolia, della Federazione Russa, del Khazakistan, della Academy of Shamanic Research e della Organization Mongolians in the World di Ulaanbaatar.  

Le oscure regioni degli Altai, i Monaci Tibetani Bon, gli sciamani della Buriatia,  le potenti sciamane “blù”, i riti della Manciuria e della Siberia, i misteri della steppa e del deserto di Gobi. Le preziose esperienze spirituali vissute sulla propria pelle, in tanti anni di ricerca e permanenza nella leggendaria terra di Chinggis Khaan, faccia a faccia con dieci antichi sciamani: dietro la maschera dei loro magici riti, usi, costumi, suoni ancestrali, lungo il cammino suggestivo di una percezione altra della realtà, in un “viaggio periglioso, argonautico potremmo dire, all’interno di sé stessi, nelle più remote geografie dell’anima” (per dirla con la definizione di A. Tiberio Dobrynia che ha curato la prefazione al volume).

Oltre ad una bellissima appendice iconografica a colori, e ad una esauriente bibliografia, il lavoro del Colleoni si conclude con una intervista a Nadia Stepanova, una nota sciamana della Siberia meridionale discendente da una famiglia di grande tradizione sciamanica.

Enza D’Alonzo

  • Dieci Sciamani
  • Autore: Aldo Colleoni
  • Editrice: La Gaia Scienza
  • F.to cm. 17 x 24, pp. 158, ill. color, € 15,00
                               
 
 
 

 

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Appunti di viaggio di Enza D’Alonzo (Gli Arcani)

Avevo scoperto, per caso, di saper leggere tutti i tipi di carte. Nei semi delle carte francesi, leggevo il lavoro per un’amica.. Nelle napoletane la fine o l’inizio di un di un amore, cosa che…… puntualmente accadeva … Iniziai lo studio degli Arcani  Maggiori dei Tarocchi.

Narra la leggenda che volendo trasmettere le grandi “Verità”, gli antichi sapienti si resero ben conto che tramandare i segreti dell’Arte iniziatica, avrebbe significato tradirne il senso racchiuso consegnandolo nelle profane e pericolose  mani dei posteri.   E allora ci fu la trovata per me geniale: affidare i “segreti” a sigillate immagini simboliche immortalate in un semplice ”gioco” di carte. L’Arcano Sapere  sarebbe rimasto al sicuro. I più avrebbero continuato a giocare, nell’inconsapevolezza. Qualcuno forse avrebbe compreso e decriptato il Lume nascosto.

Questo”dono”, non è stato da me accettato con tranquillità. Era, però, inevitabile che accadesse, visto il sangue degli antenati che mi scorre nelle vene. Nonna Blanca, l’india dell’Ecuador,  era una potente “sciamana”. Mamma raccontava che faceva volare i tavolini, lasciando nell’angoscia più pura e autentica le giovani figlie. (A me sarebbe, in seguito, successo di veder volarmi intorno: libri, oggetti, ferri da stiro… e non è stato piacevole, non controllavo ciò che succedeva. Adesso ho compreso che stati d’animo molto forti, emozioni rievocate appositamente, mettono in moto forze psichiche nascoste che sfuggono al controllo. Ciò presuppone che l’individuo voglia aprirsi a tutte la gamme di sensazioni che nella vita si presentano: dolore, gioia, angoscia, paura.

A casa dei nonni paterni in via Abbrescia, la casa dove ho vissuto i ricordi più dolci della mia infanzia, con la nonna che mi faceva il bagnetto, ricoprendomi di amore e nuvole di talco, compresi che quando si parlava del papà della nonna, don Giacomo Catinella, succedevano cose strane. Zia Silene, zia Rima e la nonna si guardavano tra di loro e incominciavano a ricucire ricordi legati al vecchio padre: – Ti ricordi cosa diceva papà? – esordiva Silene – ”una nox bonum est, due sufficit, tre nox malum est ”. – E perché –  continuava Rima, –  ti ricordi perché diceva che facevano così bene? –  Certo – tagliava corto nonna Vincenza, – perché il gheriglio della noce ricorda la morfologia del cervello umano… – Quando era il tempo delle castagne, nuovi ricordi di analogie ermetiche di don Giacomo riaffioravano nella mente di nonna Vincenza: – Mangia le castagne, –  mi sollecitava – diceva  nonno  Giacomo “che fanno bene al cuore” … pensa a come la forma della castagna è simile al cuore umano – …e così via.

Nonno Giacomo assai presto aveva smesso di lavorare: aveva affidata tutta l’azienda nelle mani di  nonno Fedele, e venduta la casa di fronte alla Madonna di Sant’Anna a Bari Vecchia, per “65 mila lire” diceva lui “il prezzo di una bicicletta, di oggi”,  acquistando la bellissima casa liberty di via Abbrescia.

Una casa molto grande, con due ingressi, dove era andato a vivere con la figlia maggiore, nonna Vincenza, nonno Fedele e mio padre.

Per sé stesso si era riservato il salone. L’aveva fatto  affrescare con simboli ermetici, arredato con tavolini arabeggianti, narghilet, cesellati portasigarette in bronzo, grandi pouff, e da autodidatta aveva iniziato a studiare seriamente il greco, l’ebraico, l’antico aramaico e l’egiziano.

Sovrastava l’ampia scrivania una bellissima statua in bronzo di Mercurio, l’Hermes alato dei greci.

Quando studiava, il nonno non voleva essere disturbato. Mio padre raccontava che ai due nonni aveva affibbiato due soprannomi. Nonno Giacomo era “nonno Cucchiara” (perché spesso, quando da piccolo faceva chiasso o capricci, usciva dalla sua torre d’avorio brandendo in maniera minacciosa un cucchiaio di legno). L’altro nonno, il papà di nonno Fedele, uomo semplice e tranquillo, lo chiamava nonno “cucù”, perché quando andava a trovarlo a Gravina, per farlo giocare e divertire faceva suonare il cucù di legno, che lui stesso abile ebanista aveva costruito con le proprie mani..

Ma, quando un po’ più grandicella, iniziai a fare domande più dirette sul perché nonno Giacomo studiasse quelle antiche lingue morte e perché si interessava di ciò che poi capii trattarsi di filosofia e scienza empirica (delle analogie tra i vari mondi: animale, vegetatale e minerale), calava il silenzio. Le tre sorelle si schernivano e non parlavano più. Dopo molte insistenze mi venne detto,  o meglio sussurrato, che  nonno Giacomo era “Massone”. Poi appresi anche che insieme a Ciro Formisano (Kremmerz) aveva fondato la magica  e terapeutica comunità ermetica di Myriam, e sarebbe assurto alla notorietà nei maggiori cenacoli esoterici dell’epoca con la monumentale traduzione in italiano delle famose “Favole egizie e greche” di Dom Pernety; con un interessantissimo commentario sulla Divina Commedia (il cui manoscritto ho cercato strenuamente in soffitta con scarsi risultati) e la nota esegesi sul “Mito di Leda e l’uovo di Elena”, di cui ancora  conservo una preziosa edizione del 1934, che prima o poi avrò cura di ristampare.

“Massone” doveva suonare  per le tre sorelle, timorate di Dio  come una bestemmia. Avevano molto amato quel padre dispotico e  “potente”, ma quei raduni a porte chiuse con personaggi di spicco dell’epoca, quei libri strani e quei misteriosi geroglifici alle pareti, e un po’ tutto il mondo di don Giacomo, le spaventava.

Il prete, se lo avesse saputo, non avrebbe dato loro l’assoluzione …

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stralci:la bimba brasiliana

……..Erano gli anni, ’70, mia madre si interrogava sulla sua malattia,  nonna  Vitalia diabetica ( ma anche sclerotica,  contava i biscotti ogni volta , convinta che li mangiassero le donne di servizio), ed io in pieno periodo hippy,  ero abbandonata al mio destino. Mi tatuai con il rossetto e ombretti colorati su una guancia una margherita, ed eludendo la poca sorveglianza, mi recai diritta verso le vicino favelas che all’epoca lambivano la città di Rio( adesso quelle che sovrastano il Flamengo e Copocabana sono state ripulita da droga e prostituzione, con massicci investimenti, al contrario di quelle del nord che versano in condizioni umane e sociali, terribili).
Volevo capire, volevo vedere.Andai e vidi e capii.
Non mi addentrai molto all’interno.Mi fermai e gironzolai all’esterno. Erano case piccolissime , sgarrupate,fatte di lamiera e cemento.Una bimba di colore. stava facendo il bagnetto ad una bambola bianca, nuda, con i capelli arrufati.
Stava cantando:Parabensa vocè nesta data querida , multa felicitade, muitos annos de vita….era il compleanno della bambola o quello della bimba? Mi sorrise, ma io troppo confusa , mi guardavo attorno. Ho visto  donne, ma no che dico, adolescenti pesantemente truccate, bimbi scalzati e sporchi, rincorrersi nei vicoli. Risate fragorose, si alternavano a pianti di bimbi.C ‘erano rifiuti dappertutto, escrementi di cani :una puzza ammorbante….Un inferno.
 Non risposi quindi al saluto.
La bimba, a quel punto si sollevò sui talloni, lasciò la bambola a mollo nell’acqua e con il ditino bagnato, indicando la margherita disegnata sulla mia guancia con   fare minaccioso mi disse: E que quieres voce, que quieres voce…….loca, loca, loca, iniziò a canzonarmi.
Mi guardai intorno, non conoscevo la lingua. Ebbi paura.
Non mi sarei mai più tornata in una favela, ma non l’avrei mai più dimenticata.
Mi sentivo come Siddartha che uscito dalla reggia paterna, ovattatta e sicura, si rende conto che esiste una realtà molto diversa e  pesante.
Molte volte anche io sono dovuta morire a me stessa e a gli altri; o meglio come dice Carlo Sinisi”Enza tu hai vissuto molte vite!”

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Lo Sciamano: “figlio del sacro stupore”

(Prefazione di A. Tiberio Dobrynia al libro “Dieci Sciamani” del già Console di Mongolia Prof. Aldo Colleoni, La Gaia Scienza Editrice)

Lo Sciamano: “figlio del sacro stupore”, così potremmo definirlo.                                          

L’uomo-che sa, dalla radice indoeuropea sa (sapere-essere) e mànu (uomo); il “monaco” sapiente, dal sanscrito sramana; samana in pali; šaman nella lingua tunguso della Siberia, dell’Asia Centrale.                                                                                                                           

Ma più precisamente: il concetto di  “mana”, proprio della divinità primitiva animista, quale forza impersonale e tuttavia individuale ed oggettiva, suscita gli aspetti di “meraviglia” e “rispetto” di fronte alle forze latenti delle cose, viventi e non, la cui evocazione è tipica nelle pratiche sciamaniche delle religioni arcaiche; di fronte al sublime mistero del creato e dell’increato, per cui tra cielo e terra ci si trasfigura, tra stupore e spavento edenico, alla meraviglia dell’Uno.                                                                             

Tale è lo Sciamano: “uomo compiutamente”, “uomo vero”, in senso universale, e qualcosa d’altro dall’uomo stesso. E in quel “qualcosa d’altro” v’è da ricercarsi il suo più vero significato, il suo segreto.                                                                                                            

Nella terminologia araba, per esempio – secondo René Guenon – l’”uomo vero” corrisponde all’”uomo primordiale” (El-Insanul-qadim), e l’”uomo trascendente” all’”uomo universale” (El-Insanul-kamil). E’ l’uomo capace di giungere a situarsi al centro di tutte le cose, e a trovarsi nella condizione di “mediatore” (“uomo vero”) tra il “cielo” e la “terra”, il quale in sé pienamente realizza e sintetizza l’unione dei due opposti. Ed è in questo che egli è davvero superiore al suo stesso stato: è “qualcosa d’altro”.                                                   

“Ponte” tra il mondo terreno e l’ultraterreno, Signore della percezione e della libertà, capace di entrare in contatto con gli spiriti dell’oltre che, secondo le tradizioni delle società primitive, determinano la sorte e gli avvenimenti materiali; abile nell’affrontare un “viaggio” nel loro mondo, lì trovando la giusta soluzione ad ogni problema. Un “viaggio” periglioso, argonautico potremmo dire, all’interno di sé stessi, nelle più remote geografie dell’anima; in quello speciale stato di coscienza alterato tipico della trance, talvolta provocato da certe sostanze allucinogene quali il peyote, per gli stregoni messicani, quasi sempre coadiuvato dai ritmi sacrali della propria musica e dagli “oggetti di potere” che lo accompagnano durante la burrascosa traversata dell’essere; giungendo alla metamorfosi onirica nel proprio animale protettivo che lo aiuta nel combattimento magico che compie contro gli spiriti malvagi; sino al ritorno risolutivo. Ritorno da un “nessun dove” per rientrare ad “ogni dove”: nell’onnipervadenza della “consapevolezza dell’essere”. La stessa “consapevolezza dell’essere” che con l’”agguato” e l’”intento” era la triplice antica conoscenza degli sciamani toltechi (Nagual) narrati da Carlos Castaneda, che dominavano l’universo misterico precolombiano nell’”Epoca del Toro” (4390 – 1279 a.c.), ma la cui origine risalirebbe, addirittura, all’inizio dell’”Epoca del Quarto Sole” Maya (8140 a.c.).                                                                                                                                         

“Mediante l’esperienza del sacro lo spirito umano ha colto la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, ricco e dotato di significato, e ciò che è privo di queste qualità: il flusso caotico e pericoloso delle cose, le loro apparizioni e le loro scomparse fortuite e vuote di significato» (Mircea Eliade, La Nostalgie des Origines). E in questa “nostalgia delle origini”, l’esperienza sciamanica del sacro riesce a far sentire ciò che avviene d’intorno, ciò che avviene di dentro, a inebriarsi delle essenze elementari liberate dalla natura, a presagire la presenza arcana degli spiriti che reggono i mondi creati, dietro le quinte profane della percezione ordinaria.                                                                                                                     

Dal “Grande Spirito” degli “uomini-medicina” tra i Pellerossa, all’animismo degli aborigeni, dalle gelide foreste della Siberia ai buriati e ai segreti del deserto di Gobi in Mongolia, la ritualistica sciamanica ha molti elementi in comune. Il rito, per definizione, si fa “spazio” del sacro, teatro dello spirito, luogo-non luogo di trasformazione mistica, oggettiva infinitudine della rappresentazione misteriosofica, là dove la realtà riconquistata sub specie interioritatis, ritroverà più giusta collocazione riappropriandosi del suo più autentico significato. E nel rito la musica, ritmica, estatica, dal regno delle ombre, dalle periferie dei sogni, evocherà, esorcizzerà, guarirà; strapperà il velo alle stelle, e di cielo e terra lo splendore sarà tutt’uno.                                                                                                                 

La musica sciamanica non è mai per il pubblico. Essa non si rivolge allo spettatore esterno, ma agli spiriti, per incantarli col suono, divertirli, scioglierli o legarli, comandarli.                  Il canto dello sciamano, unico, diverso per ogni sciamano, serve allo stesso per ricordare la propria identità e il proprio potere, e annunzia agli spiriti le sue abilità; il “volto” nascosto al regno invisibile dietro la maschera, che rappresenta il contatto con l’”altro” che temporaneamente in lui si manifesta, e che come nel “nessuno” di Odisseo, serve a pararsi dai colpi energetici che potrebbero travolgerlo, annullandosi e riaffermandosi nel respiro dell’universo.                                                                                                                                     

Il tamburo dello Sciamano, ora ritmico ora aritmico, rappresenta la suddivisione dell’universo nei mondi superiore, medio e inferiore: è il sacro suono dell’”Albero di Mezzo”, l’”asse del mondo”; l’”Albero della Vita” come lo conosciamo nel simbolismo biblico, piantato al centro del “paradiso terrestre”: a rappresentare la “Via dell’Unità”, contrapposta alla “Via della Dualità” simbolizzata dall’”albero della scienza del bene e del male” (egualmente centrale, ma indicante la legge binaria da superare).                             

Tra cimbali e campane, la voce del tamburo riecheggia la voce dell’Albero, lungo le cui coordinate spirituali lo sciamano sale e scende liberamente tra i mondi, facendo risuonare tutte le forme dell’universo, intonando l’”alfabeto dell’essere” tra i Logos squarciati dalla “Parola Vivente” delle origini.                                                                                                        

Ed è allora che, tra “non fu” e “sarà”, nell’”Adesso”, l’Opera si compie: “Fuor dalle profondità del cielo, io vengo come un’aquila; / Fuor dalle viscere della terra, come un Serpente.” (D.H. Laurence, The Plumed Serpent).                                                                

Per volontà del Cielo”, così principiava ogni discorso il grande Chinggis Khaan. L’”Eterno Cielo Blu” che sovrasta i 99 Tengri o divinità, che permea la Madre Terra con la Sua Volontà. E’ il “Celeste Ritorno” cui allude la religione sciamanica della Mongolia, questa misteriosa regione agli estremi confini dell’antico impero russo che già irradiava il suo fascino arcano dalle pagine avventurose di Ossendowski, il quale nel suo famoso libro “Bestie, Uomini, Dei” del 1922 ci narra, tra l’altro, dell’esistenza di un misterioso centro iniziatico, sotterraneo, chiamato l’Agharti, sede dell’altrettanta misteriosa ed enigmatica figura del “Re del Mondo” che sovrintenderebbe ai destini degli uomini e delle nazioni.   “Voi europei – fa dire Ossendowski  a Tushegun Lama, ‘non un monaco ma un guerriero e un vendicatore che fa miracoli e profezie’ – non potete ammettere che noi nomadi ignoranti possediamo i poteri della scienza del mistero”. E’ per meglio comprendere l’arcaica cultura mongola di nomadi e sciamani, che vede la luce questo libro, “Dieci Sciamani”, del prof. Aldo Colleoni, Console di Mongolia in Italia, uno dei più autorevoli ed accreditati studiosi internazionali delle tradizioni del popolo mongolo, profondo conoscitore della storia, della religiosità e del simbolismo degli “eredi” del grande condottiero e sovrano, il  Temuçin proveniente dal “Barbaro Nord”.                                                                                                  

In questo suggestivo viaggio nel “viaggio” degli sciamani, il nostro Autore parte dalle doti straordinarie di “nonna Angelina” e dagli studi di Anton Roehrich, estasiandosi alle danze dervisce, inoltrandosi nelle oscure regioni degli Altai, tra i Monaci Tibetani Bon e tra i Monasteri di Tiblisi e le veggenti caucasiche, tra gli antichi sciamani della Buriatia; partecipando ai rituali di guarigione “dell’acqua bianca” e “dell’acqua nera”; spingendosi alle periferie di Ulaambaatar, tra le sciamane “blù”, le potenti donne dal sangue hunnu; assistendo all’apparizione dell’”aquila”, percependo lo “scudo magnetico costruito dagli sciamani richiamando le forze della natura con il suono dei tamburi”; all’apparizione vicino al fuoco della “lupa grigia” proveniente dalla steppa, durante un rito evocatorio praticato in onore del Principe Davanjan.                                                                                                          

Il resoconto delle esperienze vissute dall’Autore prosegue con i riti della Manciuria, il poema epico Geser, il soprannaturale centro-asiatico e le comparazioni col profetismo biblico.                                                                                                                                             

Riti, costumi, usanze, iniziazione nello Sciamanesimo che, assieme al Lamaismo Sakia, oggigiorno è religione di stato. Un’altra ricca sezione del testo è dedicata allo sciamanismo nordico, russo, europeo: da Odino a Rasputin, al mito di Orfeo, a Pitagora, a Zoroaster, ai Sufi … sino al moderno sciamanismo mongolo a seguito della rivoluzione democratica del 1990; alle sue varie tipologie, al ruolo religioso e politico, al culto del cielo di questi “eroi della presenza” – come li definiva Ernesto De Martino (Il Mondo Magico).                  

Chiude il testo una bellissima appendice iconografica, a coronamento di un pregevolissimo lavoro in cui il Colleoni traccia, con attento acume di serio ricercatore e suggestivo impatto emotivo, un’interessante chiave di lettura multipla del fenomeno sciamanico in Mongolia, alla luce dei suoi lunghi studi e delle tante esperienze vissute in prima persona.                 

Un libro che ci dona un’istantanea vivente della “scena del rito”. Al lettore il compito di guardare dietro la “maschera”, di ri-percepire il “suono” obliato.                                       

“Con la forza di Dio l’eterno”, Müngke Tängri’yin küčü-dür.

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“L’eterno femminino in Hugo Pratt”

Ripubblichiamo con piacere un bellissimo articolo del prof. Luigi Pruneti, già apparso tempo addietro sul nostro foglio letterario “Bookaniere”, che egregiamente mette in evidenza il vero aspetto più esoterico della letteratura disegnata del grande ed indimenticabile Hugo Pratt. (La Gaia Scienza, NdR).
————
“ In lei è l’indeterminato dell’abisso e l’armonia della creazione…

All’improvviso[1] la brezza cessò e l’aria, pregna dei mille profumi dei tropici, rimase immobile; fu in quel momento che apparve la lussuosa limousine. Procedeva lentamente, come un antico trionfo, nell’inquietante silenzio che sembrava racchiudere ogni segreto dell’universo.
Nella poltrona posteriore, mollemente adagiata, vi era la maia, dalla pelle d’ebano e dallo sguardo fatato. L’abito le fluiva sul corpo
come un manto regale e il cappello le era corona.
Con la sinistra reggeva un prezioso bastone da passeggio mentre la destra, in posa elegante, sosteneva un lungo bocchino d’avorio[2]. Era Bocca Dorata, la maga di Bahia, esperta di sortilegi, eterna signora del gioco. In lei “Il Carro”, “La Papessa”, “L’Imperatrice”, in lei s’incarnava la voce delle dee primordiali, che gli dei dell’Olimpo avevano relegato nelle viscere della terra o nelle eteree profondità dello spazio siderale. Selene, Isthar, Durga e Cibele rivivevano in questa Afrodite nera, sulle assolate coste delle Americhe dove il vento è un alito di fuoco e l’oceano s’addormenta in lagune di sogni.
Nei percorsi iniziatici di Corto Maltese, ove storia e fantasia creano dimensioni parallele, Bocca Dorata è la figura più emblematica dell’eterno femminino, percepito come spazio remoto, insondabile dall’analisi razionale e scontata dell’uomo.
Il misterioso archetipo di Venere penetra le sue avventure, sotto aspetti diversi ma riconducibili sempre ad un quid d’ineffabile incomprensione, d’enigma che lascia storditi e perplessi, al pari dell’ incommensurabile vastità di una notte stellata.
Le donne, che Corto incontra nelle sue mirabolanti avventure, rimandano spesso a questo arcano, che il Nostro non riesce a comprendere, pur percependone a pieno il valore intrinseco, la forza incoercibile, la nobiltà estrema.
Gli uomini appaiono in tutte le innumerevoli varianti che la sconfinata tavolozza della vita sa offrire. Eroismo e codardia, banalità e generosità, meschini interessi e idealità si sovrappongano e si separano, in una realtà multiforme e cangiante che plasma molteplici tipologie di esseri umani. Con le donne no, per loro il discorso è diverso; vi è, nelle figlie di Eva, una dignità estrema, un coerenza spesso drammatica che costringe all’ammirazione. Come non pensare a Lady Romena Welsh, la splendida spia tedesca che affronta il plotone d’esecuzione elegantissima e sorridente, pronta a donare a Corto, il nemico, la croce di ferro con brillanti e spade, che aveva ricevuto dal kaiser[3].
Qualche anno più tardi, il marinaio incontrò un’altra bionda e bellissima eroina. Si trattava, questa volta, della duchessa russa Marina Seminova. Siamo all’epilogo di un dramma: la guerra civile, in Russia, è ormai al termine, la tragedia di Ekaterinburg consumata. Le armate bianche, allo sbando, segnano la fine di un epoca ma lei, nobildonna romantica e raffinata, vive fino in fondo la sua storia.
Adagiata, in uno scompartimento che pare un’ alcova, corre su un treno blindato nell’immensa vastità della Siberia, verso l’ultima impossibile impresa.
Sa bene che i suoi alleati sono folli esaltati o assassini corrotti e che, presto, le rosse bandiere di Lenin e di Trockij garriranno in ogni recesso dell’ Asia. Sa, ma affronta l’abisso senza batter ciglio, pensando ad un amore impossibile[4].
Forza e determinazione, coraggio e abnegazione dimostra anche l’altra protagonista di questa storia di guerra e di morte: la pasionaria Shangai Li!. È una ragazza cinese dal corpo sottile e dallo sguardo impenetrabile che, affilia­ta alla società segreta delle “Lanterne rosse”, lotta per la redenzione della sua terra. Alla fine, abbandonata ogni av­ventura, sposerà un agronomo e si dedicherà all’insegnamento. Epilogo anonimo di una storia epica, ma la grande madre è anche oblio volontario, scelta cosciente di malinconia e rimpianto. Per questo Lil, rinuncia al bel marinaio, in un addio ovattato da insidiosi ricordi, fra il volo di mille farfalle che accennano alla precari età dei sogni[5]. Quante altre volte Corto si è innamorato di splendide fanciulle che, pur ricambiandolo, hanno. rinunciato a lui per promessa o dovere. È il caso di Bashee O’Dannan, la patriota irlandese, dal volto di bambina e dalla pistola facile. Giovanissima vedova, vive l’epica saga del suo popolo che, nel sangue, cerca la libertà. Lo lascerà, con le lacrime agli occhi, su una spiaggia battuta dal vento, fra croci celtiche e ossa di balena, mentre i gabbiani volteggiano leggeri nel vento6 e il mare incorona la spiaggia di alghe e di fuco.
La storia si ripete con Soledad Lokaaarth, incantevole fanciulla accusata di riti vudù[7] e con Pandora Groovesnore[8], un’ereditiera australiana che la commedia umana destinerà al “solito imbecille blasonato di dollari”[9]
Vi è in ciascuna di queste figure femminili, velate di spleen, un fascino fatale che rimanda alla compassionevole e spietata Dea dai seni turgidi a dalle mille braccia, che gioca con le trame della vita e conosce ogni arcano segreto. Spesso le malie della Madre ancestrale prendono corpo in abilità divinatorie: Cassandra Katsuros è capace di leggere il destino nei fondi di caffè[l0], mentre Morgana Dias do Santos, allieva prediletta di Bocca Dorata, sa interrogare le lame dei Tarocchi[11]. Altre volte affiorano destrezze ipnotiche come quelle di Melodie Gael, “l’usignolo di Bretagna,”[12], spia, arpista e silfide di rara bellezza.
Vi sono poi casi in cui, il Libero Marinaio, s’imbatte con esseri mitologici che per un attimo lasciano il loro mondo di sogno per entrare nella sua vita. Corto incontra così Morgana, regina di Avalon[13] o Kundry la “fata maledetta” che portò alla rovina Sir Klingsor[l4], signore di un castello “di malvagie delizie”[15]
Venere, dunque, è un grande arcano, una madre violata e inviolabile, un’impronta indelebile che offre aiuto e provoca rovina. Pudica e lasciva si offre e si nega e il suo ventre è dolore e piacere. In lei è l’indeterminato dell’abisso e l’armonia della creazione, per questo dischiude infiniti orizzonti, pur celando altrettanti segreti. Tale è Hipazia Theone, forse una fragile intellettuale, forse una psicotica assassina che la follia condusse a credersi la reincarnazione di un’antica rettrice d’Alessandria d’Egitto. In una Venezia notturna, fra simboli gnostici e misteriosi echi del passato, parla il linguaggio di Proclo e Porfirio, cogliendo nell’animo umano la divina armonia che compendia l’intero universo. Il padre di tutti i segreti è comprendersi e “più un’anima è grande e profonda […] maggior tempo impiega a conoscere sé medesima.[16] Un colpo di pistola porrà fine alla sua lucida follia o al suo desiderio di cogliere la verità. Morirà, come tante altre donne che uno strano destino sembra voler sacrificare su un unico altare. D’altra parte la Grande Madre fu la prima vittima, smembrata sull’ara della creazione da un dio che ne fu figlio, amante e carnefice. Ella ora vive reclusa nella terra opime nella luce pallida della Luna, nell’ansimare lieve delle onde che Corto interroga muto, al termine di ogni sua avventura

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N o t e

[1]L’articolo è tratto da “La Via Segreta”, di Luigi Pruneti, Edizioni Laterza, Bari.
Pubblicato col titolo di Afrodite e il Marinaio su “Officinae”. Cfr. Afrodite e il Marinaio. In “Officinae”, a. XIV, n. 3, Settembre 2002.
[2] H. PRATT, La conga delle banane, in Lontane isole nel vento, Roma 2001, p. 55.
[3] H. PRATT. Sogno di Un mattino di mezzo inverno, Milano 1975. p. 20.
[4] H. PRATT, Corte sconta detta arcana, Milano 1980, p. 46 e segg.
[5] H. PRATT, Carte sconta cit., pp. 112-114.
[6] H. PRATT Concerto in do. minore per arpa e nitroglicerina. in Baci e spari. Milano 1974, pp. 125-126.
[7]H. PRATT, Vudù per il presidente, in Baci e spari cit. p. 10 e segg. Cfr. H. PRATT, Per colpa di un gabbiano, in Corto Maltese, il mare d’oro, Milano 1991, p. 71 e segg.
[8] H. PRATT, La ballata del mare salato, Milano 1975, p. 12 e segg.
[9] H. PRATT, Burlesca e no tra Zuydcoote e Brady – dunes, in Sogno di un mattinoocit., p. 50.
[10] H. PRATT, M. PIERRE, Corto Maltese. Memorie, Milano 1989, p.
[11] H. PRATT, Appuntamento a Bahia, in Corto Maltese cit., pp. 32­33.
[12] H. PRATT, Burlesca e no cit., p. 57 e segg.
[13] H. PRATT, Sogno di un mattino cit, p. 6 e segg.
[14] H. PRATT, Elvetiche. Rosa al-chemica, Milano 1989, p. 101 e segg. 15 Ibidem, p. 5.
[16] H. PRATT, Favola di Venezia, Roma 1997, p. 51.
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(Articolo tratto dal periodico “Bookaniere”, anno XXI, n° 4, 15 dic. 2007, La Gaia Scienza editrice)

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Luigi Pruneti e Tiberio Dobrynia alla Libreria Roma

 

Presentazione de "Il sentiero del bosco incantato" (La Gaia Scienza Editrice)

Bari (01 luglio 2010) – Il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia della Massoneria ospite della Libreria Roma, luogo dove la letteratura legata ad esoterismo e filosofia è di casa. per presentare il suo ultimo libro “Il Sentiero del Bosco Incantato, appunti sull’esoterico nella letteratura” (La Gaia Scienza Editrice). Pruneti è docente di discipline umanistiche, nonché saggista, scrittore e giornalista e dal 2007 è il nuovo Sovrano Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia della Massoneria. “Il Sentiero del Bosco Incantato, appunti sull’esoterico nella letteratura” è introdotto da Antonio Tiberio Dobrynia, editore della barese La Gaia Scienza Editrice. Dobrynia elogia l’autore per chiarezza e semplicità in temi complessi, per questo viaggio della letteratura, fin dalle origini, che si propone l’obiettivo di svelare arcane simbologie. Sfiorando il topos del viaggio letterario come metafora di un viaggio interiore, Luigi Pruneti identifica il bosco come luogo-simbolo della “materia oscura di noi stessi” e procede in una dissertazione sui temi cardine del testo. Parla del poema epico e di Gilgamesh, per approdare alla sua personale passione per Hemingway , Dante fino a Saint-Exupéry del Piccolo Principe.
Il tono è quello di un narratore carico di mistero: un timbro vocale che si nutre di austerità quasi a voler svelare il senso profondo di quella forma esoterica, iniziatica a cui spesso fa riferimento. Critica è l’analisi dei testi e l’atteggiamento filologico del tutto personale che Pruneti dimostra di avere: guarda al libro a seconda dell’ottica di volta in volta data dal lettore, in grado di svelare il senso altro rispetto a quanto scritto sulla pagina, ad andare oltre la banalità della parola scritta.
“I libri come alberi di una foresta incantata che appaiono diversi a seconda dei diversi momenti della nostra vita”, recita l’autore. E’ l’interpretazione di un lettore coautore del testo, potrebbero dire i critici, oppure qualcuno potrebbe appellarsi alla teoria semiotica di Eco, per esempio, che riferisce
della necessità di un interprete competente per avvalorare i diversi significati di un testo.
Qualcuno, infine, potrebbe rievocare l’antico copista che interpretava a suo modo il testo scritto, talvolta apportando correzioni nella finalità di migliorare il testo stesso.
(di Giovanna Lodato, da BARILIVE.it del 2 luglio 2010)

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